Una ferita che si rimargina

Di quegli eventi non ho memoria [...]
- Non sei stato tu allora
- Non posso saperlo

Questo era un dialogo di Vash the Stampede nel mitico episodio 6 di Trigun. Beh… di sicuro non è stato così epico, ma è circa quello che mi è capitato.

Per capire gli eventi è però necessario fare un salto indietro di qualche anno; all’incirca sette. Pochi se si pensa in termini assoluti, tanti se si pensa che sette anni fa è vero che ero sempre in quella scuola, ma nei panni di studente.

Mettiamo in moto l’immaginazione per ricreare l’ambiente e l’atmosfera: sei arrivato in terza, non è stato difficile ma c’è voluto impegno; finalmente inizi il triennio, lasci le materie più generiche e inizi con quelle di indirizzo, quelle che ti hanno fatto scegliere quella scuola, quelle che vuoi studiare.

Nel mio caso una in particolare, informatica (che strano). Inizia l’anno. Manca il professore, beh, è già due anni che sei a scuola, ci sei abituato a non averli subito tutti, aspetti fiducioso. Arriva un professoressa, spiega un po’, vediamo, sembra brava ma non rimane abbastanza tempo per permetterci di capirlo. Si susseguono un altro paio di professori (o forse qualcuno di più, non ricordo) rimangono giusto il tempo di fare due scemate, magari una verifica mal preparata che va maluccio a buona parte della classe. Te aspetti ancora, ma la fiducia man mano diminuisce. Poi, passati quel due o tre mesi giusto per perdere il primo quadrimestre, arriva il professore definitivo, quello che rimarrà tutto l’anno.

Tiri un sospiro di sollievo.

Grosso errore.

Ben presto ti rendi conto che sarebbe stato meglio se il professore non fosse arrivato: non solo non sa spiegare ma non sa nemmeno quello che dovrebbe spiegare. Che fai? Rinunci? No, o almeno, non io.

L’informatica è una passione che già allora coltivavo da anni. Non basta certo un professore qualunque a scoraggiarmi. Se lui non può insegnarmi nulla questo non vuol dire che io non possa comunque imparare. Ovviamente però non da lui. Cosa fare quindi? Cerchi dei libri, qualcosa che spieghi quello che ti interessa. Inizi a leggere e studiare in autonomia quello che qualcuno dovrebbe spiegarti a scuola. Però sei portato. Quello per te non è uno studio ma uno svago. Quindi ben presto ripareggi il tempo perso nel primo quadrimestre, anzi, superi quello che avresti dovuto fare in classe.

Così ad occhio e croce, ora che conosco i programmi ministeriali, direi di avere studiato in qualche mese un anno e mezzo di programmazione. I miei amici sapevano questa passione così un giorno, per gioco, parte una sfida: “saresti in grado di fare …. ?” . Una battuta messa li giusto per fare. Però mi entra in testa. Ci ragiono su un po’… effettivamente, è difficie, ma non impossibile, si potrebbe provare.

Mi metto piano piano a lavorarci nei tempi liberi. Passano un po’ di mesi, non ricordo di preciso quanto. Il programma vede varie versioni. Le prime temo siano andate perse. L’ultima che ho conservato conta millecinquecento righe di codice circa. È funzionante, era esattamete la risposta alla sfida. Era un giochino dalla grafica brutta e l’interattività ridotta. Però era funzionante.

Cosa fai allora? Sei un ragazzo, un bambino. Hai bisogno di sicurezza, di conforto. Non puoi sapere che sei bravo se non in funzione del riconoscimento altrui. Decidi allora di portarlo a scuola, per farlo vedere. Il professore di informatica ovviamente non è in grado di capire nemmeno la metà di quello che hai scritto. Lo immaginavi, ci rinunci. Allora cerchi il supporto che volevi nei compagni di classe, anche loro non sono in grado di apprezzare il lavoro svolto, ma quanto meno si divertono col lavoro finito e si congratulano con te.

Un idillio? No! Ovviamente, per com’è strutturato il sistema scolastico, non ci si può permettere che una persona spicchi, va riportata nella mandiria, nel mucchio. Chi sei per essere uno particolare? Sei solo un numero su un registro!

E cosa si può fare per uccidere l’autostima di un adolescente? Semplice. Dopo un lavoro costato fatica e sudore, un lavoro nettamente al di sopra di quello che la scuola chiederebbe, bastano poche semplici parole dette da uno sconosciuto per smontarti: “È tuo il programma che ha impestato il laboratorio? Passerai dei guai per questo”. Inutile dire che di guai non ce ne sono stati. Però non potevo saperlo, mi sono preoccupato, ci sono stato male, molto male. Ad un impegno che porta risultati sopra la media non si può rispondere con rimproveri.

Un fatto del genere può portare a due reazioni opposte: puoi imparare a non emergere mai, tanto è solo controproducente, oppure puoi imparare a continuare ad emergere fregandotene degli altri, temprando il tuo carattere in modo da ergere uno scudo contro il mondo esterno ostile.

Non so quale sia la soluzione migliore; Ma nel bene o nel male credo di avere scelto la seconda strada.

Impari quindi a fregartene di tutto e di tutti. Quella scuola diventa unicamente un posto dove sei costretto a rimanere giusto un altro paio di anni, per poi potere uscire e andare all’università sperando sia meglio di quello che hai trovato alle superiori.

Finalmente finisce, esci da quell’incubo. Inizi l’università, tutto procede bene, ecco cosa cercavi alle superiori! Passano gli anni. Arriva una telefonata inaspettata, ti chiamano a fare supplenza nella tua vecchia scuola. Fa un po’ strano ma accetti.

Ed ora torniamo quindi al presente. Essere nella stessa scuola a distanza di così pochi anni è anomalo. Molte cose sono uguali, molte sono cambiate. Ritrovi i tuoi vecchi professori e scopri che ora sono tuoi colleghi. Altri volti sono familiari, nonostante non siano mai stati tuoi professori, li hai visti spesso girare per i corridoi.

Uno in particolare. È un collega bravo, molto competente e molto umano. Ti ci trovi bene a parlare con lui. È sempre disponibile ad aiutarti quando lo chiedi, lo trovi una brava persona. Un dubbio però ti si insinua nella mente… cavolo, è il responsabile dei laboratori nonostante non sia professore di informatica; era già qua ad insegnare quando io ero in terza… non ricordo bene la faccia di quello sconosciuto… potrebbe essere lui? Beh… i tempi combaciano. Il dubbio cresce, un vecchio sassolino nella scarpa inizia a farti nuovamente male, una riscopri aperta una ferita che pensavi rimarginata.

Ricontrolli mentalmente i dati. Si, continuano a coincidere. Non hai la certezza che sia lui come non hai quella che sia un altro. Ci pensi su ancora del tempo. È inutile, da solo non ne puoi venire fuori.

Un giorno ti trovi con lui a parlare, c’è un po’ di tempo libero. Raccogli le forze e butti li la domanda a bruciapelo “Senti, ma quella volta… eri per caso te?” e la risposta è semplice “Potrebbe essere, se è stato i motivi erano questi… ma sinceramente non ricordo, nel caso fossi io scusami”.

Come risposta è valida. È l’unica plausibile, conoscendoti da collega non ti reputo capace di fare volontariamente tutto quel male ad un alunno. Però involontariamente potrebbe essere stato. Mi hai comunque spiegato quelle che sarebbero state le tue ragioni, da professore le posso capire, sei stato trascinato dagli eventi.

Quello che è stato non può essere cambiato. Non possiamo fare altro che trarre un insegnamento: la mia controparte a prestare più attenzione, perché parole dette senza troppo peso possono essere un macigno per un adolescente; io invece a chiarire sempre perché una volta fatto si sta meglio.

Così finalmente, dopo tanti anni, un altro piccolo tassello va a posto e una vecchia ferita finalmente si rimargina. E non possiamo fare altro che apprezzare come la scuola continui la sua azione educativa, anche per noi che siamo i professori.

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